Il Tassinaro, Andreotti e il lavoro dei giovani 28 anni dopo

Il Tassinaro

Il Tassinaro

I film di Sordi, purtroppo, sono talmente realistici da essere ancora attuali. Il Tassinaro e Andreotti parlano dell’università e della disoccupazione giovanile (oggi al 31%). Sono passati 28 anni dal 1983, le proposte sono le stesse (pagare i giovani che studiano, non riconoscere come disdicevole un lavoro inferiore, ecc.ecc.) però è tutto uguale agli anni ’80. Anche chi ha vissuto quei problemi, poi non li ha risolti. Saremo migliori? Dobbiamo esserlo.

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Il precario tra i disoccupati

San Precario

San Precario

Momento egocentrico. Vista la pubblicazione del viaggio di Fabio Tonacci tra le agenzie interinali alla ricerca di un lavoro, gli faccio i complimenti e ripropongo il mio viaggio con tanto di intervista a Giovanni, che Fabio ribattezza Mario. Un’esperienze tristissima per un superprecario.

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Ma trovati un lavoro, cazzo (non alla Job Fair)

Un partecipante alla Job Fair

…canta Fabri Fibra. E ieri molti hanno tentato di farlo alla fiera del lavoro a Firenze, la Job Fair. Ma dentro c’era la Sadness Fair (tristezza). Voce bassa e visi lunghi. I responsabili delle risorse umane erano rari come i sorrisi. L’unica soddisfazione era la carabiniera da film dei Vanzina.

Le code erano piene di persone di una certa età nei pochi stand delle aziende famose (Targetti, Unicoop, ecc.), corte e cariche di giovani negli altri, soprattutto le straniere (General Electrics, ecc.ecc.). Pochissime società avevano i veri addetti alla selezione del personale a parlare con la gente. Molti avevano impiegate o addirittura standiste. Che uno si domanda: che cavolo possono dirti due ragazze in minigonna buttate lì per l’occasione? “Grazie, le faremo sapere”. Ma che mi fai sapere, non sei assunta neppure te?

Invece vincono a mani basse i carabinieri: le due soldatesse in servizio erano una enorme (della serie, “se ci sono io, ci potete essere voi”) e l‘altra mora, capelli a caschetto scalati, labbra carnose, occhi grandissimi e neri, un filo di trucco e un fisico da urlo. Dalla prima non si fermava nessuno. Alla seconda chiedevano informazioni anche i no-global.

Vista tutta la scena, ho avuto l’ennesima conferma che non c’è interesse a far ripartire l’economia. Ed è inutile che poi la Marcegaglia pianga miseria davanti alla finestra di Berlusconi. In fondo il 50% degli stand era occupato da agenzie per il lavoro, un buon 15% da siti e giornali di annunci, un 20% da aziende che raccattavano solo curricula e solo un 15% che cercava veramente talenti. Insomma, che sadness per chi ha davvero bisogno.

Tremonti e i diritti perfetti (occhio alle curve)

Tremonti

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti: “Una certa qualità di diritti e regole non possiamo più permetterceli. I diritti perfetti nella fabbrica ideale ti fanno conservare i diritti perfetti, ma poi perdi la fabbrica che va da un’altra parte”. Lo ha detto davanti alla platea ciellina del Meeting di Rimini. Cosa vuol dire? Che bisogna passare oltre i diritti? Che ci vogliono più curve? No, quello l’avrebbe detto Silvio. Se intendeva che bisogna essere più flessibili, ha sbagliato tutte le parole. Ma secondo me intendeva proprio che i lavoratori devono rinunciare a un bel po’ di diritti. Magari anche la salute, o il tempo libero. La Cina è vicina.

Giovani italiani, fuga a Bruxelles

Unione Europea

Ho appena la notizia che un quarto delle domande per gli stage (pagati) all’Unione Europea arrivano da cittadini italiani. Secondo La Repubblica degli stagisti per i tirocini del 2010 si sono candidati 5827 (3717 femmine e 2110 maschi) giovani del bel paese su 21mila totali. In pratica oltre un candidato su quattro è italiano.

Ovviamente il blog affronta seriamente la questione. Si domanda il perché di questa fuga, e la risposta è facile. C’è un rimborso spese da 1000 euro al mese (da noi? spesso manco 1) e grosse possibilità di far fruttare l’esperienza a Bruxelles. Insomma, un modo per sfuggire dal Bel Paese.

La notizia ha fatto pensare anche me: cazzo, mi sono dimenticato di fare richiesta! Poi ho visto che scade il 1° settembre e mi sono sentito meglio

C’è crisi, studia per diventare badante

Dario di Vico

Dario di Vico

Il “mitico” Dario di Vico, spasimante dei distretti industriali e della politica (leghista) “padrone e lavoratore insieme”, ha scritto un editoriale sul non-lavoro giovanile che mette in chiaro la sua idea di scuola e lavoro, che io speravo estinta: gli ultimi a fare gli operai e le badanti, gli altri a studiare.

Sia chiaro, di Vico parte da un’idea che condivido: non tutti devono per forza andare al liceo. Molti si troverebbero benissimo a fare un tecnico, un commerciale, a studiare qualcosa di più pratico. Perché vi sono più portati, non perché sono scemi.

Ma io intendo lavori tecnici, non manuali. Parlo di periti esperti, non di operai. Invece lui finisce con una frase emblematica: “dati che vengono dal Veneto ci dicono che in queste settimane si cominciano a iscrivere ai corsi da badante e infermiere non più solo immigrati ma anche italiani. Evidentemente la recessione sta cambiando vecchie mentalità”.

Badanti e infermieri sullo stesso livello? Ma lo sa di Vico che gli infermieri sono laureati? Ma lo sa che quei corsi della regione Veneto sono per gli Asa-Oss, gli assitenti ospedalieri, gente che va solo a lavare il sedere ai moribondi? Ma lo sa che ci sono una marea di lavori da periti (che necessitano il diploma) e da laureati (come l’infermiere, appunto, ma anche l’educatore, l’ingegnere biomedico) dove manca manodopera?

Per trovare posti di lavoro disponibili non serve cadere fino all’ultimo gradino della scala sociale. O forse è solo uno stratagemma, il suo, modo per dire non “ciascuno trovi la sua strada fino da scuola”, ma “ciascuno si adatti ad avere la sua strada”? Non vorrei che da questo punto si tornasse all’idea “figlio di operaio, operaio anche lui”.

So che la Lega sta riportando in auge l’idea che “operaio e contadino è bello” e io credo che sia giusto, e che la destra e la sinistra borghese abbiano per troppi anni visto queste categorie come qualcuno da salvare, da redimere. Ma da qui alla società classista, ce ne corre.  Forse di Vico ha pisciato un po’ fuori dal vaso.

D’altronde, per come la vedo io, è un’abitudine. So che molti adorano la sua idea idilliaca dei distretti industriali, ma io la considero superata. All’università mi insegnavano che siamo nell’era del quarto capitalismo, quello delle medie aziende multinazionali che hanno battuto le altre del distretto e le hanno rese succubi, facendole lavorare per loro. Morta la capostipite, muoiono tutte.

Ma se avesse ragione di Vico sui distretti industriali come futuro, chissà che non abbia ragione anche sulla società classista.

La Q8 come Fantozzi

Fantozzi e il direttore

Arriva lo Sceicco del Kuwait e la succursale italiana della società petrolifera si piega tanto da dedicargli una intera pagina del Corriere della Sera.

Una pubblicità enorme, con la foto in alto a sinistra, che sa tanto di immagine mortuaria, e la scritta “Il management e i dipendenti della Kuwait Petroleum Italia, nel dare il benvenuto all’Emiro del Kuwait, Sua Altezza Sheikh Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah, desiderano augurargli un piacevole soggiorno a Roma”.

A parte che li vorrei vedere gli operai a ringraziare lo sceicco. Ma il pensiero va subito a una nota scena