Quattrocchi: “Non siamo ai tempi del tenente Colombo”

Giuseppe Quattrocchi

Giuseppe Quattrocchi

“Noi ce la prendiamo con chi commette i reati, non ci è mai interessato il colore politico. Le intercettazioni servono, eccome”. Giuseppe Quattrocchi, procuratore di Firenze, difende lo strumento ora nel mirino della legge-bavaglio: “Costano, ma sono spese che lo Stato recupera. Le paga chi è condannato”. E dice: “Non possiamo più lavorare come il tenente Colombo”

Quattrocchi difende le intercettazioni
“Non siamo ai tempi del tenente Colombo”

di RICCARDO BIANCHI da Repubblica.it del 3 ottobre 2011


La sua Procura è finita sotto il fuoco della politica con l’inchiesta sui Grandi Appalti, per i quali sono appena state da poco rinviate a giudizio 18 persone, tra cui l’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso e l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci. Ma Giuseppe Quattrocchi, procuratore di Firenze, ricorda che quell’indagine è partita da alcune intercettazioni di un’altra inchiesta, quella sull’urbanizzazione dell’enorme area di Castello, 168 ettari alle porte del capoluogo. Sono finiti in tribunale l’imprenditore Salvatore Ligresti, ma anche dirigenti comunali e assessori del Pd, tra cui l’ex “sceriffo” Graziano Cioni, accusati a vario titolo di corruzione e abuso d’ufficio. I magistrati ipotizzano che l’interesse pubblico sia stato sacrificato in favore di quello privato della proprietà, Fondiaria Sai. 

“In quel caso ad essere intercettati furono amministratori del Comune di Firenze e dei comuni limitrofi”.

Tutti comuni rossi, non certo in mano al centrodestra.
“Guardi, noi ce la prendiamo con chi commette i reati, non ci è mai interessato il colore politico, ma si sa chi governa queste zone”.

C’è chi accusa le procure di aver passato le intercettazioni.
“Abbiamo intercettato persone per due anni. Ma quelle telefonate sono state pubblicate dai giornali solo dopo che sono state depositate e quindi sono diventati atti pubblici. Qualcuno ci provi a dire che da questo palazzo sono uscite telefonate mentre stavamo intercettando. Altro che querele”. 

Parlano anche di costi altissimi.
“Certo che costano, ma sono spese che lo Stato recupera, perché le paga chi viene condannato. Esistono strumenti tecnico giuridici che permettono di arrivare a sequestri e recuperare somme elevate, come nel caso Menarini”.

I vertici di Menarini, l’azienda farmaceutica più grande d’Italia, sono accusati di vari reati finanziari. I pm hanno posto sotto sequestro 1,2 miliardi di euro, la società ha accettato di pagare 350milioni di euro all’Agenzia delle Entrate, che l’ha definito il recupero più alto della storia. Ma i soldi sono ancora fermi”.

Insomma, delle intercettazioni non si può fare a meno?
“Vogliamo o no conseguire i risultati? Allora non possiamo più lavorare come il tenente Colombo, per difendere la collettività dobbiamo usare gli strumenti tecnologici della malavita, che spesso ne ha di più moderni dei nostri”.

Servono soltanto per i grandi reati?
“Tutt’altro. Qualche giorno fa abbiamo preso tre persone che, incappucciate, avevano derubato una giovane coppia e stuprato la ragazza. Abbiamo portato a termine indagini su organizzazioni dedite alle truffe attraverso centinaia di falsi incidenti, abbiamo fermato gruppi di cinesi dediti all’usura e al riciclaggio di denaro sporco. Si possono citare tutti i reati di violenza sessuale contro i minori, che avvengono tra le mura di casa, o la tratta delle prostitute. Senza le intercettazioni, nell’85% dei casi non avremmo avuto elementi di prova sufficienti per condannare nessuno. E per i reati informatici? Vogliamo chiedere ai criminali dove sono stati ieri sera?”.

E se i politici decidessero di bloccarle?
“I pm e i giudici applicheranno le leggi che il legislatore stabilirà, ma è bene che i cittadini sappiano che ci saranno dei reati su cui le possibilità di identificare i colpevoli si ridurranno, o forse si azzereranno del tutto”.

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