Quote rosse, non rosa

Emma Marcegaglia

Nella rossa toscana, dove le pari opportunità sono sbandierate a destra e a manca, le quote rosa nelle aziende (private e pubbliche) sono ancora un miraggio. Anzi, nelle società quotate sono il 10% tra cda e collegi sindacali, contando anche le figlie dei fondatori e i sindaci supplenti.

Quei cda così poco rosa, servono 54 lady manager
da La Repubblica – Firenze del 24 marzo 2011
di Riccardo Bianchi

Le aziende toscane quotate in Borsa non sono rosa e dovranno muoversi in fretta per diventarlo. Dal prossimo anno potrebbero aver bisogno di almeno 39 dirigenti e 15 sindaci revisori di sesso femminile. Lo prevede il ddl sulle quote rosa nelle aziende già approvato dal Senato e che a breve approderà alla Camera per la definitiva trasformazione in legge. A meno che non intervengano altre modifiche, le società per azioni quotate a Piazza Affari dovranno avere il 20% di donne nei consigli di amministrazioni e nei collegi sindacali dal 2012 e il 30% dal 2015. Al momento, nessuna delle 18 società toscane è pronta: né le 16 che hanno sede legale in regione, né Ansaldo e Eutelia, radicate ma con sede altrove. Anzi, tutte insieme si fermano a uno scarso 10% complessivo, sommando le 13 donne tra i 173 membri di cda e i 14 sindaci revisori sui 94 totali.

Se Toscana Finanza e la senese Pramac sono le uniche che almeno per il 2012 non avranno problemi, avendo entrambe 1 amministratore rosa su 4, ci sono società anche di un certo spessore, come la fiorentina RichardGinori, la Piaggio o l’Aeroporto di Firenze, in cui la percentuale femminile scende a quota zero nei cda e spesso anche nei collegi sindacali.

A volte la soluzione si trova in famiglia. Per esempio Fondiaria Sai già oggi vanta 3 consigliere su 19, ma due sono Jonella e Giulia Maria Ligresti, a capo dell’impero fondato dal padre Salvatore Ligresti. Nei collegi dei revisori invece è più facile imbattersi in donne. Ma controllando i ruoli si scopre che 9 su 14 sono sindaci supplenti, cioè che entrano in carico solo se uno degli effettivi lascia il posto. Se la legge passerà così com’è, la sanzione amministrativa per chi non si adeguerà alle quote rosa partirà da un minimo di 100mila euro a 1 milione di euro per i cda e da un minimo di 20mila euro a un massimo di 200mila euro per i collegi.

La norma ha già scatenato le prime reazioni, comprese le critiche della presidente di Confindustria, Emma Mercegaglia, che ha chiesto le stesse percentuali anche in politica. «Non sarà solo un obbligo, ma un piacere  afferma Vasco Galgani, presidente della Camera di Commercio, socio di Adf  purché si trovino le figure necessarie. Critico solo il metodo, irrispettoso di donne che devono affermarsi per il merito. Ma il cambio sarà spontaneo se ci sarà la fusione con Pisa, visto che l’ad, Gina Giani, è molto brava». Sulla stessa posizione è l’ingegner Gabriele Clementi, amministratore di El.En: «Dal punto di vista pratico l’idea mi piace perché obbligherebbe a un ricambio, da quello teorico non mi convince».

Al contrario, a rilanciare la proposta ci pensa il sindaco di Livorno e presidente dell’Anci Toscana, Alessandro Cosimi: «Dovremo allargarla alle municipalizzate e sono certo che ci arriveremo presto». Insomma, si diffonderà come un fattore culturale, «anche se  confessa  servirebbe una legge per mettere d’accordo i comuni su chi dovrebbe nominare una donna». Secondo il Cispel, solo 16 presidenti e 32 direttori delle 153 partecipate regionali sono di sesso femminile. Una percentuale bassa, che assicurano calare ancora di più nei consigli di amministrazione.

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