C’è crisi, studia per diventare badante

Dario di Vico

Dario di Vico

Il “mitico” Dario di Vico, spasimante dei distretti industriali e della politica (leghista) “padrone e lavoratore insieme”, ha scritto un editoriale sul non-lavoro giovanile che mette in chiaro la sua idea di scuola e lavoro, che io speravo estinta: gli ultimi a fare gli operai e le badanti, gli altri a studiare.

Sia chiaro, di Vico parte da un’idea che condivido: non tutti devono per forza andare al liceo. Molti si troverebbero benissimo a fare un tecnico, un commerciale, a studiare qualcosa di più pratico. Perché vi sono più portati, non perché sono scemi.

Ma io intendo lavori tecnici, non manuali. Parlo di periti esperti, non di operai. Invece lui finisce con una frase emblematica: “dati che vengono dal Veneto ci dicono che in queste settimane si cominciano a iscrivere ai corsi da badante e infermiere non più solo immigrati ma anche italiani. Evidentemente la recessione sta cambiando vecchie mentalità”.

Badanti e infermieri sullo stesso livello? Ma lo sa di Vico che gli infermieri sono laureati? Ma lo sa che quei corsi della regione Veneto sono per gli Asa-Oss, gli assitenti ospedalieri, gente che va solo a lavare il sedere ai moribondi? Ma lo sa che ci sono una marea di lavori da periti (che necessitano il diploma) e da laureati (come l’infermiere, appunto, ma anche l’educatore, l’ingegnere biomedico) dove manca manodopera?

Per trovare posti di lavoro disponibili non serve cadere fino all’ultimo gradino della scala sociale. O forse è solo uno stratagemma, il suo, modo per dire non “ciascuno trovi la sua strada fino da scuola”, ma “ciascuno si adatti ad avere la sua strada”? Non vorrei che da questo punto si tornasse all’idea “figlio di operaio, operaio anche lui”.

So che la Lega sta riportando in auge l’idea che “operaio e contadino è bello” e io credo che sia giusto, e che la destra e la sinistra borghese abbiano per troppi anni visto queste categorie come qualcuno da salvare, da redimere. Ma da qui alla società classista, ce ne corre.  Forse di Vico ha pisciato un po’ fuori dal vaso.

D’altronde, per come la vedo io, è un’abitudine. So che molti adorano la sua idea idilliaca dei distretti industriali, ma io la considero superata. All’università mi insegnavano che siamo nell’era del quarto capitalismo, quello delle medie aziende multinazionali che hanno battuto le altre del distretto e le hanno rese succubi, facendole lavorare per loro. Morta la capostipite, muoiono tutte.

Ma se avesse ragione di Vico sui distretti industriali come futuro, chissà che non abbia ragione anche sulla società classista.

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