Il giovane, il vecchio, e una vita meravigliosa

Sono rimasto un po’ a secco ultimamente perché, come avrà capito chi segue il mio profilo facebook, è morto un caro amico, molto giovane. Questa morte mi ha fatto riflettere, anche perché qualche giorno prima avevo fatto un incontro altrettanto formativo.

Parto dall’ultimo fatto, il decesso. Chi se n’è andato era una persona speciale, a volte penso che fosse veramente un santo. Ma mi ha colpito di più quello che ha lasciato, un forte senso di vuoto nei suoi amici e un’altrettanta forte spinta a vivere. Mi sono accorto, per la prima volta così velocemente, che un seme sta portando i suoi frutti dopo essere morto. Perché l’esempio era vero, vissuto fino in fondo. Non erano parole, le sue, erano fatti.

È entusiasmante vedere che, nonostante una persona se ne sia andata, chi gli stava vicino vuole ricordarla attivamente, e col sorriso. Credo che ogni uomo dovrebbe vivere così, come Daniele, apprezzare in toto la vita, in tutte le sue sfaccettature. Tenere sempre il sorriso sulle labbra perché tutto è bellissimo, anche i momenti tristi, che nascondono sempre un lato positivo. Basta scoprirlo, come lui ha fatto, e, a quanto pare, ha insegnato a fare anche agli altri.

Ma una morte come questa mette mille interrogativi: lui ha fatto scelte grandi e giuste, ma io? Ma noi? Siamo come lui? Stiamo sbagliando? Forse un credente dovrebbe farsele tutti i giorni, specie un cristiano, il cui Dio è pure morto in una modo che definire tragico è poco. Però è inutile: per una persona comune, con uno spirito medio, e non mediocre, finché le cose non si vedono, non si capiscono fino in fondo.

Allora il mio pensiero è tornato all’altro incontro. Aspettavo il mio turno per una visita medica. Roba da poco, un’ecografia alla spalla. Esce dallo studio un anziano, con due stampelle. Aveva una protesi alla gamba, e me lo dice subito. Inizia a parlare e a lodare la qualità della sua protesi. Eppure mi aveva chiesto un minuto prima di girare una manovella sull’anca perché potesse sedersi. Ma lui era entusiasta, perché la paragonava alla gamba di legno dei mutilati di guerra o alla sfortuna dei poliomelitici, che vivono tutta la vita zoppicando, mentre lui aveva iniziato a 72 anni.

Io mi domandavo: ma come, ha una gamba finta, due stampelle, non cammina da solo e si siede con difficoltà, ed è felice? Sì, perché, a differenza di me, quell’uomo aveva vissuto una vita semplice, come mi ha poi raccontato, piena di difficoltà. Perciò, nella sua semplicità, ogni momento tranquillo era un momento bello, e quella protesi in fibra di carbonio era cento volte meglio del legno. Mentre io, a cui adesso, mentre scrivo, non sembra di stare bene, mentre in realtà sto benissimo, perché non ho niente che non vada, bè io mi accorgo solo dei momenti più o meno negativi (che poi sono pochi) e di quelli stupendi, di grande gioia, ma non mi accorgo che la mia quotidianità è sostanzialmente bella, felice. Per questo quel “guarda qua, è un miracolo” che quel signore ha pronunciato due o tre volte uscendo dallo studio mi ha fatto tanto pensare.

La vita è una cosa meravigliosa. Ma solo se è vissuta semplicemente. Davvero.

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